
Si è diffusa, nel tempo, l’ingenua convinzione che tutto quello che può essere definito in qualche modo digitale sia per forza “pulito”. È però necessario pensarci meglio. Dietro un mondo così leggero ed “evanescente” si nasconde una realtà molto “materiale”, con i costi ambientali e umanitari che le sono propri. Ad accelerare questo processo, c’è proprio il motore dell’intelligenza artificiale che, almeno per come è adesso concepita, consuma: consumiamo per allenarla, per raffreddarne le macchine, per consentire l’accesso agli utenti.
Badiamo: è indiscusso che sarà sicuramente il digitale a sviluppare le tecnologie necessarie a fronteggiare la transizione ecologica, ma è lo sviluppo stesso del digitale, come sopra accennato, a essere piuttosto impattante: secondo l’associazione per la “sobrietà digitale” Green IT, al mondo ci sono oggi 34 milioni dispositivi elettronici, che consumano il 10 per cento dell’energia globale; il 35 per cento di questa, è prodotto dal carbone: il digitale è responsabile del 4 per cento delle emissioni di Co2, secondo il rapporto del think thank The Shift Project.
Anche nel libro “Inferno digitale” di Guillaume Pitron, l’autore riflette su come la produzione di processori, smartphone, cavi causi forti emissioni di Co2 ma anche altri generi di inquinamento, dovuti allo smaltimento dei materiali chimici utilizzati, oltre al consumo di elettricità e di acqua per i raffreddamenti. Focalizzandoci sui consumi di acqua, è proprio il discorso sull’intelligenza artificiale che preoccupa più degli altri: dice Barbara Caputo ai microfoni di rai radio2 , docente di ingegneria informatica al Politecnico di Torino, che chat GPT ( modello di AI generativa che tutti avranno utilizzato almeno una volta) e suoi simili, sono addestrati continuamente su tutti i dati di testo reperibili sul web. Parliamo di quantità di dati enormi, per i quali è necessario avere enormi data storage, hardware che permettano di immagazzinare , e grandi capacità computazionali, grandi calcolatori. Quanto consuma questo addestramento? La Caputo ci propone una tanto curiosa quanto efficace immagine: prendendo come riferimento il consumo annuale di un cittadino danese medio, dobbiamo pensare che una sola sessione di addestramento di Chat GPT consumi quanto 3 cittadini danesi all’anno. L’impatto energetico è perciò enorme.
Parafrasando quanto scritto da Ray Galvin in un articolo sulla rivista
Ecological Economics, attualmente il velocissimo progresso tecnologico sta consentendo da un lato di diminuire i consumi per quei processi che erano già prima digitalizzati, dall’altro ci obbliga a digitalizzare quei processi che prima non lo erano; così facendo, secondo Galvin, l’aumento complessivo del ritmo dei consumi rischia di superare quello dei risparmi. Inutile dire che bisogna rivedere decisamente o addirittura limitare lo sviluppo di processi tanto tecnologici quanto insostenibili, e dobbiamo considerare che ci sono strade per sviluppare il digitale più inquinanti di altri: l’intelligenza artificiale è a oggi un enorme acceleratore per il consumo energetico nel digitale. Sviluppata attraverso un sistema che ne garantisce il funzionamento e il continuo addestramento solo grazie a un accumulo illimitato di dati, è diventata assolutamente insostenibile per noi, e lo sarà ancor di più per le generazioni future.
Il bilancio ecologico del digitale è tutt’altro che scontato: è vero che il suo effetto generatore di risparmio nelle emissioni è probabilmente positivo, ma la crescita esponenziale del consumo di risorse non va tralasciato. La strada perciò non sarebbe tanto limitare lo sviluppo digitale, quanto piuttosto quella di individuare nuovi modelli di sviluppo che non diano più per scontato il possesso di infinite capacità di calcolo e di accumulo dati. Se la transizione digitale aiuterà davvero e fino in fono la transizione ecologica, sarà perché la transizione ecologica avrà migliorato la transizione digitale.
Per Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la sostenibilità digitale, è necessario analizzare lo sviluppo digitale partendo dalla consapevolezza che non esistono tecnologie intrinsecamente sostenibili e che, per raggiungere la sostenibilità, bisogna ragionare in termini di bilanciamento fra i vantaggi che lo sviluppo offre e le controversie che gli sono legate; la sostenibilità va intesa in tutti i suoi aspetti, tanto ambientali quanto sociali: apprezzando una visione di insieme, potremmo guardare al modello di società digitalizzata e giusta per tutti che cerchiamo, delineare piani economici in grado di sostenerla, il rispetto e la tutela dell’ambiente.
La sfida dunque è quella di trovare il giusto compromesso perché la tecnologia diventi veramente attivatore di sviluppo sostenibile. È una necessità il cui soddisfacimento non è per nulla scontato visti gli attuali presupposti sopra accennati, ed è per questo che dal 15 dicembre del 2022 l’UE ha elaborato la Dichiarazione dei principi e dei diritti del decennio digitale, sancendola volontà di promuovere uno sviluppo giusto, equo, sostenibile umanamente e al livello ambientale. Ma il cambiamento non trova spazio solo ai grandi tavoli istituzionali: a noi sta il compito di fuggire un attaccamento insano alle nuove comodità digitali, prestare attenzione per quanto ci è possibile alla riduzione dei consumi, appoggiare attivamente progetti di sviluppo sostenibile. Ci troviamo di fronte a una nuova ecologia, l’ecosistema del digitale ha bisogno di tutta la nostra attenzione.