
Nel calcio moderno la figura dell’allenatore si è adeguata ai tempi, tant’è che in molti club importanti, soprattutto anglosassoni, il responsabile tecnico ha assunto in pieno i compiti di general manager. In un sistema economico globale il “mister” è diventato un poliglotta per necessità che si è calato appieno nei nuovi metodi di comunicazione, muovendosi con naturale disinvoltura davanti a microfoni e telecamere; ha fatto suo uno stile ben definito, soprattutto nell’abbigliamento, che lo rende subito riconoscibile e quando la popolarità aumenta diventa anche il protagonista di spot pubblicitari. Soprattutto gli allenatori di oggi percepiscono un compenso in molti casi superiore a quello dei giocatori, con cifre inimmaginabili fino a pochi decenni or sono. Quello dell’allenatore èperciò un ruolo che si è perfettamente integrato nel calcio attuale che, è bene ricordare, rappresenta un importante settore dell’economia che solo in Italia ha un valore di oltre 22 miliardi di euro annui, con un impatto diretto e indotto di 11,3 miliardi sul PIL nazionale.
Per farla breve, tra un allenatore in attività fino a di 50 anni or sono e uno di oggi corre la stessa differenza che passa tra un uomo del Pleistocene e un Cavaliere Jedi. Oggi raccontiamo proprio un allenatore del calcio dei tempi che furono, per il quale la forma e l’estetica nemmeno esistevano e l’unica cosa che contava era il duro lavoro sul campo, uno che nonostante il carattere all’apparenza burbero e alla schiettezza spesso feroce fu amato e stimato ovunque. Soprattutto fu un maestro di calcio e i risultati ottenuti parlano da soli.
Nereo Rocco (Trieste, 20 maggio 1912 – Trieste, 20 febbraio 1979) detto il Paròn, il padrone per il modo in cui si presentava, molto vicino a quello del proprietario terriero in giro per il podere ad interrogare i suoi coloni sugli esiti del raccolto. Un omone con l’immancabile cappello da passeggio, accessorio comune dell’epoca, che portava sul capo anche durante la partita. Uno che adoperava mal volentieri la lingua italiana, convinto che il dialetto triestino rappresentasse una lingua universale comprensibile ovunque e da chiunque. Lo avresti detto più a suo agio seduto ad un tavolo di un osteria per giocare a briscola con gli amici davanti ad una buona bottiglia di Merlot, piuttosto che su una panchina di un campo di calcio. Un carattere da prim’attore, polemico e diretto, che ebbe un suo naturale antagonista in Concetto Lo Bello, il principe dei fischietti, con il quale inscenò duetti memorabili perché due primi attori non potevano coesistere sullo stesso palcoscenico.
Veniva da una famiglia di origine austriaca benestante che commerciava in carni; iniziò a giocare da ragazzino a calcio e nel 1927 entrò a fare parte delle giovanili della Triestina. Fece il proprio esordio in Serie A il 6 ottobre 1929 in una partita contro il Torino, persa dagli alabardati per 1-0 e diventò titolare a 18 anni, occupando il ruolo di mezzala; giocò con la Triestina dal 1928 al 1937, nove stagioni, giocando 235 partite e totalizzando 62 reti. Nel 1937 passò al Napoli, acquistato per 160.000 lire dell’epoca. Con il Napoli giocò 52 partite e segnò 7 reti; a seguito dell’esonero dell’allenatore Eugen Payer nell’ultimo anno fece parte di quelli che curarono la gestione tecnica della squadra. A Napoli nacque il suo primogenito Bruno. Nel 1940 passò al Padova in Serie B e nella stagione 1942-1943 disputò il campionato di Serie C nelle file della squadra, prettamente militare, del 94° Reparto Distrettuale di Trieste. Chiuse la carriera col San Giusto (Divisione Nazionale 1944), Cacciatore Trieste (Prima Divisione) e Libertas Trieste in Serie C, ricoprendo nelle ultime due il ruolo di allenatore-giocatore. Indossò la maglia della Nazionale nella partita di qualificazione al campionato mondiale di calcio 1934, disputata il 25 marzo 1934 a Milano contro la Grecia e vinta dagli “azzurri” per 4-0. Dopodiché iniziò la sua carriera da allenatore che lo aveva visto già coinvolto con il Napoli quando ancora giocava. Si sedette sulla panchina di Triestina, Padova, Treviso, Torino, Fiorentina e quella che fu la squadra che segnò la sua carriera, il Milan. Con i rossoneri vinse il Campionato 1962/63 e 1967/68; la Coppa Italia 1972,1973 e 1976; la Coppa dei Campioni nel 1963 e 1969; la Coppa delle Coppe nel 1968 e 1973, la Coppa Intercontinentale nel 1969. Gli venne attribuito
il premio “Seminatore d’Oro” al miglior allenatore nel 1963 e dal 2012 è inserito nella Hall of Fame del calcio Italiano. In Serie A si è seduto in panchina per 787 volte, restando il secondo di sempre dietro Carlo Mazzone con 792.
La sua notorietà iniziò con la Triestina che nel campionato 1947/48 si classificò addirittura seconda dietro il Grande Torino. Dopo alcune stagioni anonime e travagliate con Triestina e Treviso, nel 1953 passò alla guida del Padova in Serie B; l’anno successivo ottenne la promozione in Serie A. Con il Padova nacque il mito secondo cui Rocco aveva ideato il c.d. “catenaccio”, cioè un gioco ultra difensivo che prevedeva la difesa a quattro con il libero staccato dallo stopper e un mediano di spinta davanti alla difesa; in realtà il modulo aveva preso piede in Svizzera negli anni ’30 e Rocco lo adattò semplicemente alle sue esigenze senza ipocrisia, avendo una squadra di operai del calcio e non di fini dicitori. In un intervista nell’immancabile triestino chiarì bene al giornalista: “Tatticamente, me racomando, scrive bén, xe la storia de tuti i alenadori. Dal lùnedi al vénerdi i xe olandesi; al sabato i ghe pensa. La domenica, giuro su la mia beltà, tuti indrìo e si salvi chi può“. Ironizzando sul suo presunto “catenaccio” che spesso utilizzavano anche gli altri ribatteva: “ Noi femo el catenacio, i altri fa calcio prudente!”. E qui potrebbe iniziare il racconto degli aneddoti del Paròn, sempre e rigorosamente in dialetto triestino, ma non basterebbero i volumi di un’enciclopedia; il suo modo di essere non cambiò nemmeno quando vinse dovunque.
Era un realista, un uomo pratico. Disponeva in campo i suoi giocatori con un disegno tattico che li faceva rendere al massimo, ma poi diceva: “Mi te digo cossa far, ma poi in campo te ghe va ti”. Ironizzava sulla fissa degli schemi; alla domanda: “Mister, come giocherete oggi?” rispose: “Cudicini in porta, tutti gli altri fora”.
Sapeva come caricare i giocatori, soprattutto in momenti particolari. Nel pullman che portava la squadra allo stadio di Wembley per la finale di Coppa dei Campioni del 1963 si accorse della tensione che attanagliava i suoi ragazzi. Si alzò in piedi e disse: “ Chi no xe omo resti sul pullman”. Quando i giocatori scesero si accorsero che mancava proprio lui; ritornati indietro lo videro sedutodietro l’autista. Il Paron rise e risero tutti; la tensione svanì e quel giorno il Milan vinse la sua prima Coppa dei Campioni battendo per 2 a 1 il Benfica. Ma non era nemmeno tenero. Durante la finale di Coppa dei Campioni del 1969, vinta contro l’Ajax per 4 a 1, Malatrasi si rivolse verso la panchina dicendo che Anquilletti era in difficoltà nella marcatura di Cruijff. “Cossa xe chel vol?” chiese Rocco al dottor Monti, il medico sociale che gli sedeva affianco. “Chiede di cambiare marcatura” rispose Monti. “Si? Dighe che el se cambiasse le mutande” rispose il Paròn. Ma sapeva difendere i suoi ragazzi contro tutto e tutti. In quello stesso anno il Milan giocò la finale di Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Estudiantes. All’andata il Milan aveva vinto comodo per 3 a 0, ma il ritorno in Argentina si preannunziava difficile e difatti quella la partita ancora oggi rappresenta una della più grandi vergogne nella storia del calcio mondiale. La partita fu giocata nel catino infuocato dello Estadio Alberto Josè Armando meglio noto come “La Bombonera”, il campo del Boca Junior. Ma non fu una partita di calcio, bensì una caccia all’uomo in cui si distinsero particolarmente Aguirre Suarez, Manera e Poletti. Ne pagarono le conseguenze soprattutto Pierino Prati e Nestor Combin considerato un “traditore” perché fuggito dall’Argentina in pieno regime militare. Il portiere Poletti con un violento pugno gli ruppe naso e zigomo ed è emblematica la sua foto a terra con la divisa bianca che era diventata rossa per il sangue. Appena finita la partita Combin venne prelevato dai poliziotti e portato in questura in stato di arresto con l’accusa di aver evitato il servizio militare in Argentina. Ma Rocco, che nessuno aveva mai visto così furibondo, decise che non sarebbero tornati in Italia se Combin non fosse stato rilasciato. Dopo una laboriosa trattativa e grazie anche all’intervento della politica e della diplomazia il centravanti fu autorizzato a rientrare in Italia con il resto della squadra; ma fu soprattutto per la fermezza del Paròn nel voler tutelare il proprio giocatore in quella difficilissima situazione.
Nereo Rocco morì prematuramente il 20 febbraio 1979 nell’ospedale Maggiore di Trieste; aveva 67 anni e avrebbe potuto dare ancora tanto al calcio. Il nuovo stadio di Trieste porta il suo nome, così come il campo sportivo della squadra di calcio della Polisportiva Opicina, squadra dilettantistica del carso triestino. La via in cui è situato lo stadio Euganeo di Padova gli è stata intitolata. In suo onore a Napoli, nel quartiere di Secondigliano, venne fondata nel 1978 la “Scuola Calcio Nereo Rocco”.
Lungo il viale del parco di Milanello, il centro sportivo del Milan, è posta una sua statua in grandezza naturale che lo ritrae in tenuta da allenamento, con la mano sinistra che fa ombra agli occhi per poter guardare meglio. Tutti quelli che passano per il centro sportivo vi si soffermano e diversi allenatori hanno ammesso di essere restati lì sotto nei momenti di difficoltà. La statua è rivolta verso i campi di gioco e sembra proprio che il Paròn stia osservando perplesso un calcio che non è più il suo; possiamo solo immaginare che cosa direbbe nel suo pittoresco triestino.