• 6 Aprile 2025
Diario

 Si riparla di conservatorismo. Alcune pubblicazioni lo hanno messo al centro di riflessioni profonde. Ma molto spesso ci si confonde e insorgono gli equivoci. Qualche parola di chiarezza è necessaria al fine di considerare il conservatorismo come un’opzione complessa, ma decisiva per gli Stati e per i popoli in tempi di grande confusione. È tempo di riscoprire i grandi conservatori per non cedere al “confusionismo” Perfino partiti politici che mai si sarebbero sognati di definirsi tali, ne assumono il nome ed anche  qualche concetto anche se sono lontani dall’elaborazione compiuta di una dottrina che dovrebbe applicarsi alla prassi politica. A tal fine i testi, non pochi in verità, che alimentano le ragioni del conservatorismo facendolo derivare dai principi controrivoluzionari, reazionari e tradizionalisti, non sono pochi. Tra i tanti spicca il  volume di Joseph de Maistre (1753-1821), caposcuola della rivolta contro la modernità illuminista, Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche e delle altre istituzioni umane, riproposto tempo fa  dalle Edizioni Fiducia, a cura di Roberto de Mattei che è una profonda meditazione politico-morale dalla quale il nuovo conservatorismo potrebbe assumere punti di vista non occasionali.

De Maistre scriveva il suo Saggio quando l’inversione di tutti i valori tradizionali e la decadenza degli ideali che fino ad allora avevano informato gli istituti politici, facevano presagire alle intelligenze più avvertite di quali proporzioni fosse la catastrofe che oggi noi vediamo con chiarezza. In quel tempo, immediatamente dopo il 1789, la voce di de Maistre, attraverso i suoi scritti, fu molto di più che un grido di rivolta, rappresentando per la sua generazione e per quelle successive un costante punto di riferimento dottrinario come Burke, von Halller, Barruel, de Bonald, Donoso Cortés, Barbey d’Aurevilly, tra gli altri, con la differenza che per l’acutezza dell’ingegno (basta ricordare le intelligenti polemiche contro Voltaire) e per il particolarissimo rigore ideologico, tutti li sopravanzava.

La disgregazione sociale e morale che segna il nostro tempo e l’irresponsabilità politica della maggior parte delle classi dirigenti occidentali hanno origini e cause molto lontane che i numerosi politologi di ispirazione laicista non comprendono perché la prospettiva nella quale si pongono è quella della “desacralizzazione” delle società affluenti e dello scadimento della vita conseguente all’abbandono di una trascendente dimensione, legittima l’analisi critica del disfacimento avvertito perfino da osservatori ed autori che nulla hanno a che fare con il pensiero conservatore.

Infatti, come scrive nell’Introduzione de Mattei “In un’epoca che proprio nella perdita del sacro ha la sua determinante, la legittima funzione di queste pagine di de Maistre sembra essere appunto quella di ricordarci che il fondamento delle società e degli Stati è divino e sacrale è il loro fine. La riaffermazione di questa verità è la prima e più necessaria condizione per la sua riconquista sociale”.

Conforme al diritto naturale, la tesi di de Maistre è che l’autorità, come la libertà, ha origine spirituale e quindi l’uomo non può creare sovrani, rigettando così le teorie contrattualistiche, hobbesiane e rousseauiane . Consapevole della funzione positiva della religione nelle società, de Maistre afferma: “Le nazioni più celebri dell’antichità, soprattutto le più grandi e le più sapienti, come gli egiziani, gli etruschi, i lacedemoni, i romani, avevano precisamente le costituzioni più religiose; e la durata degli imperi è stata sempre proporzionata al grado di influenza che il principio religioso aveva acquisito nella costituzione politica. Le città e le nazioni maggiormente dedite al culto divino sono sempre state le più sagge come i secoli più religiosi sono sempre stati quelli contraddistinti dal genio”.

A conforto della sua tesi de Maistre adduce l’azione dei colonizzatori in America, rilevando che “da tre secoli siamo là con le nostre leggi, le nostre arti, le nostre scienze, la nostra civiltà, il nostro commercio, il nostro lusso; quali vittorie abbiamo riportato sullo stato selvaggio? Nessuna.

Distruggiamo quegli infelici con le armi e con l’acquavite, li respingiamo a poco a poco nell’interno dei deserti, finché non scompaiono interamente, vittime dei nostri vizi quanto della nostra crudele superiorità”. C’è qualcosa di più “moderno” ed efficace nello stigmatizzare l’offesa che la civiltà globale arreca al diritto dei popoli di queste parole di de Maistre che dovrebbero fungere da incipit politico di ogni azione che volesse definirsi conservatrice?

L’insopprimibile bisogno di conformarsi ai principi della lex aeterna è evidente soprattutto oggi, nel momento in cui abbiamo sostanzialmente rinunciato ai valori che dovrebbero informare la nostra esistenza per rincorrere l’illusione utopica e vivere di un effimero edonismo in un “paradiso” plastificato dove domina la menzogna elevata a credo pseudo-religioso.

De Maistre è una delle strade che portano alla verità, scomoda e difficile per le piccole coscienze che affollano la scena presente, ma non certo per chi nutre la speranza di un domani migliore avendo fatto proprio l’assioma del grande savoiardo secondo cui “per bruciare una città basta un bambino insensato; per ricostruirla sono necessari architetti, materiali, operai, milioni e soprattutto tempo”.

Dai saggi dei grandi studiosi conservatori si evince un’idea inoppugnabile: conservare è istintivo. Connesso alla natura umana. Fa parte del codice genetico della persona. Non si dissipa ciò che si ama.A cominciare dalla vita. E poi si continua con gli affetti, le passioni, le memorie. Tutto questo, e altro ancora, può essere codificato in una dottrina? Credo di sì. E penso che il conservatorismo nasca in questo modo: il tentativo di non perdere nulla d’essenziale e tradurlo in una politica dello spirito. La consapevolezza di vivere per lasciarsi qualche cosa dietro, formare un’eredità riconoscendo, al tempo stesso, di essere eredi, è un modo di guardare alla vita in una forma che la trascende e contemporaneamente la rinnova.

«Chi non pensa che lo scopo dell’esistenza si realizzi nel breve istante, nel momento, nel tempo dell’esistenza stessa è un conservatore», scriveva Arthur Moeller van den Bruck. E, lucidamente, avvertiva che il conservatore, al di là delle definizioni politiche più o meno resistenti all’usura del tempo, «sa che la nostra vita non è sufficiente a creare quel che si propone lo spirito, la volontà, la forza decisionale di un essere umano. Egli vede che in quanto uomini nati in un momento determinato sempre e soltanto portiamo avanti quell’opera che altri hanno intrapreso, e che lì dove noi interrompiamo la nostra opera altri, a loro volta, la porteranno avanti. Egli vede il singolo uomo passare, ma vede permanere l’insieme del nostro operato. Egli vede l’attività fruttuosa di generazioni nelle applicazioni di una sola idea. Ed egli vede nazioni adoperarsi nella costruzione della loro storia». 

Si può direche, da questo punto di vista, il conservatore possiede il senso della storia a differenza del progressista che lo nega o del «reazionario» che neppure si pone il problema di salvaguardare ciò che merita di essere salvaguardato, ma si limita a reagire, con un moto contrario, a eventi che tendono a modificare l’ordine costituito quale esso sia.

Se il progressista nega la continuità alla storia perché convinto che soltanto da un certo momento in poi è sorto ciò che merita di essere preservato e considera sostanzialmente tutto ciò che c’è stato in precedenza come avvolto nelle tenebre, il conservatore, ammoniva sempre Moeller van den Bruck, «distingue tutto quel che è avventizio, casuale e privo di consistenza, da quel che bisogna conservare in quanto valore. Egli riconosce quel che permane. Egli riconosce quello che dura. E antepone la sua prospettiva, che abbraccia un lungo tempo in un vasto spazio, a ogni prospettiva di scarso respiro e limitata nel tempo». 

Ma c’è dell’altro che qualifica il conservatorismo ed è la visione di un «eterno ritorno» in tutte le vicende umane. Perciò si può parlare di «conservatorismo creativo» perché capace di rinnovare i valori della persona e del popolo nelle istituzioni politiche e sociali. In questo senso esso si distingue dal tradizionalismo sterile. In quanto nel conservatorismo domina la componente dinamica, mentre nel secondo prevale l’atteggiamento puramente reattivo o di rifiuto che lo condanna all’impotenza. 

Ciò non vuol dire che la difesa della Trazione non sia uno degli elementi qualificanti il conservatorismo; essa però non lo esaurisce. In relazione al rifiuto della staticità, il conservatorismo assume le fattezze politiche a cui si è naturalmente portati a ricondurlo anche perché, come ha scritto Karl Mannheim, esso implica «un’omogeneità inerente più generalmente alla visione del mondo e ai sentimenti, che può spingersi fino alla costituzione di una determinata forma di pensiero ». Da qui l’irriducibilità del conservatorismo al tradizionalismo e la differenza tra l’agire dell’uno rispetto all’altro che si estrinseca nell’importanza che il primo dà all’impianto istituzionale delle società ben ordinate, mentre il secondo si attesta sulla difesa di valori primari non ponendosi il problema di dare consistenza agli stessi nelle forme giuridiche e sociali.

In questo senso, un grande conservatore tedesco contemporaneo, Gerd-Klaus Kaltenbrunner sosteneva che «il conservatore ha tenuto fede alla sua vocazione se non intende ciò che solo egli può realizzare come una mera conservazione dei fragili resti di ordinamenti passati, ma come un originale contributo a un nuovo ordine che non solo non è distrutto ma connesso con la vita. Pronto a conservare fedelmente ciò che la storia ha tramandato e a tener testa senza panico alle novità, egli può essere visto come il vero rivoluzionario d’oggi, a differenza dei sedicenti tali. La tetraggine che si rimprovera al conservatore non è presente nella sua natura, poiché questa è portata a interpretare le più gravi distruzioni della storia come ritmi stagionali di un più grande ciclo di rinascite e di rinnovamenti, e a prendere dal passato non la cenere, ma il fuoco». 

Il conservatorismo, come si vede, viene declinato in forme e modi diversi. Ma ha una indubbia ispirazione unitaria di fondo. Ispirazione che non può prescindere dall’occuparsi delle nuove tematiche politico-culturali rispetto alle quali sarebbe sciocco considerare il conservatorismo inadeguato. 

Al contrario, è proprio su temi come l’etica pubblica, la sovranità dei popoli, la salvaguardia delle identità culturali che un moderno conservatorismo può giocare un ruolo decisivo nel contribuire ad affrontarli con il realismo che fa parte del suo codice genetico. Nonostante l’avversione dei «fabbricanti di opinioni», infatti, è di questo che la dottrina che ha avuto come padre Edmund Burke, è chiamata a occuparsi se vuole dare un senso a se stessa e una prospettiva al suo avvenire, magari incarnandosi in un grande movimento politico che spazzi via le piccole ambizioni storicamente superate. All’insegna, sperabilmente, di quel che diceva Paul Claudel: «Prima che si modifichi il mondo, sarebbe forse più importante non distruggerlo».

 Un conservatorismo creativo, ma anche «ecologico» si profila sullo stanco orizzonte delle idee come elemento di innovazione? Bisogna crederci. Diversamente quel sentimento della vita che va preservato attraverso le istituzioni pubbliche potrebbe affievolirsi fino a venire meno. Con tutte le conseguenze prevedibili. 

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.