• 3 Aprile 2025
Editoriale

Un’accelerazione resiliente che porterà l’Europa verso un benessere di prosperità e competitività nonché di sicurezza, sta per avvenire attraverso un’opportunità non solo di scambi commerciali o di relazioni bilaterali, ma anche verso un integrazione economica che punta ad un integrazione finanziaria, e rivoluzionerà la politica europea, è “l’Unione dei risparmi”, promossa attraverso “l’Unione dei capitali” bancari, che mai finora ha teso ad una individuazione delle potenzialità di risparmio reale , volte ad orientare il regime di investimenti dai quali possono trarre vantaggio in maniera esponenziale, le utenze risparmiatrici europee, ignare di una formazione complessa finanziaria nell’ambito.

Questo non è un pronuncio, propagandistico per un Europa che suole essere diversa, propensa alla prontezza, ma ancora lontana dal divenire Stato.

È evidente che si parla solo di implementare la competitività e la sicurezza, nell’ambito dell’integrazione politica economica europea, perché finora esse sono rimaste incomplete, in assenza di un’accelerazione necessaria per generare quell’energia appropriata, al fine di finanziare non solo la transizione verde e digitale, ma anche la competitività industriale passando attraverso la sicurezza europea.

Il tutto nasce dallo scopo, di rafforzare la resilienza dell’Eurozona, assottigliando quel divario, quel Gap di sperequazione, che sussiste, tra l’Europa e le economie avanzate, quale ad esempio quella cinese, statunitense o giapponese, ne consegue un plus di investimenti che possono diventare il motore di accelerazione dell’economia europea, ovvero una leva di concretezza per i mercati dei capitali e la loro unione in termini finanziari.

La mobilizzazione dei risparmi europei, che comprende un piano di 10mila miliardi, per lo più già investiti in gestioni azionarie extraeuropee, o fermi sui relativi conti correnti presso le banche europee, fa paura, sembra che si stia mettendo le mani in tasca ai risparmiatori, in realtà è solo un opportunità per chi risparmia ad oltranza, per avere profitti generosi, partecipando indirettamente alla crescita dell’economia finanziaria europea, con uno sviluppo dei mercati, orientandoli verso una loro precipua unificazione.

Tuttavia, le misure, circa 19 che si intendono prendere, ancora non del tutto note nei dettagli potrebbero impattare in maniera decisiva sui risparmi italiani, parliamo di 5.216mila miliardi di depositi o meglio di conti correnti a risparmio, che restano inutilizzati, si potrebbe dire,non recuperando l’erosione inflazionistica, a causa dei tassi irrisori.

Il pacchetto che il consiglio EU, sta varando, si pone, così un obbiettivo, di pari opportunità finanziarie simile al sistema bancario, per lo più americano, pertanto, si suole descrivere il sistema bancario e finanziario europeo alla stregua dei colossi americani, al fine di creare un asset finanziario europeo con finalità paritetiche ad esso, per porre l’Europa dal punto di vista finanziario e bancario come un’unica nazione, pur non essendo ancora un unico Stato.

Un paradosso tutto europeo, creare prima il presupposto per un asset unico e poi forse unire gli Stati membri, in Stati Uniti d’Europa, prima l’unione dei risparmi attraverso, l’unione dei capitali bancari e delle borse e poi forse divenire uno Stato declinando da una mera governance finanziaria, suddita del capitalismo più all’avanguardia, complice di una tecno-burocrazia di nuova generazione che complica la geopolitica tra gli Stati, membri.

La prospettiva, di divenire Stato, non è un eufemismo politico ma una necessità, altrimenti restano i cittadini europei vittime di una realtà geografica e geopolitica benché suggestiva di diversità sovrane disattese o inconciliabili. Per far fronte e superare le conseguenze virtuose di questa precipua ma paradossale evenienza finanziaria, ovviamente si sta facendo appello alla crisi Ucraina e centralizzando i capitali, si potrà recuperare in uno stato di urgenza ciò che i risparmiatori, sia grande che piccoli, hanno faticato a realizzare grazie ad un’eccessiva propensione al risparmio. Una commistione tra politica e finanza che suole acquisire fiducia in un ambito che potrebbe indurre ad una maggiore crescita virtuosa innescando un circolo, pari alla finanza americana.

“Un’Unione bancaria”, che punta finanziariamente ad un “Unione di risparmi”, con la adozione di ex nuovi conti correnti di risparmio e di investimento similari a quelli americani, per consentire di fare investimenti in tutti gli Stati membri dell’Eurozona, senza limiti di nazionalità, stravolgendo così il sistema operativo attuale troppo obsoleto, e impattando sull’ orientamento della cultura al risparmio monetario europea, migliorandola, perché risente fortemente di una stazionarietà ciclica troppo esterofila, e interferisce negativamentesull’economia europea e sulla sua integrazione politica decisionale, si migliora così la gestione dei risparmi puntando verso una vigilanza unica, focalizzando un grande assetmanageriale.

Non è solo una innovazione, o un rastrellamento del risparmio, in termini azionari evitando che i risparmi europei rimpolpino le aziende oltreoceano, ma è anche un nuovo modello di investire, riformando e modificando la cultura in corso, obsoleta nel gestire il risparmio, con gravi deficit per la competitività europea. Infatti, disponendo di abbondanti capitali, i colossi americani quotati in borsa si ingigantiscono sempre più soffiando nel circuito economico, e sostenendo la politica, travolgono grazie a massicci investimenti la concorrenza globale.

Siamo di fronte ad una vera spinta all’investimento, per il benessere dell’Europa e per sdoganare il risparmio europeo, frutto di una mentalità ordoliberale, che finora non ha saputo porre delle fondamenta finanziarie competitive rispetto all’America e ai suoi Broker di avanguardia, vi è bisogno di una prontezza e sicurezza per evitare di essere sempre a rimorchio.

Ovviamente quando si parla di sicurezza, si parla non solo di investimenti avanzati come la cybersicurezza, la logistica, ma anche di ReAm Europe, che sebbene allenterà le maglie del Patto di stabilità, con un non probabile aumento di debito, comunque consentirà di investire in armi, e nel loro sviluppo, strumentale e logistico, ovvero investire sulla difesa unita, creando un aumento di capitale in borsa per le aziende europee, con effetti migliorativi, assottigliando il potenziale di importazione dall’America, replicando profitti in particolare per le aziende italiane come la Leonardo, che opera con elevati partenariati in tutto il mondo.

Si parla di inconciliabilità con il processo di sostenibilità ambientale, ma incentivare gli investimenti in tecnologie per il riarmo ha un duplice significato etico per gli investitori, perché siamo ad un bivio caratterizzato da una crescente instabilità geopolitica, pertanto, un processo di rafforzamento della difesa è eticamente opportuno e farlo con investimenti europei è eticamente efficiente per le sovranità in gioco. Certamente il Made in Italy non può avere un ruolo esclusivo, ma un partenariato con gli altri colossi europei in ambito tecnologico è superlativo per l’Europa, per evitare frammentazioni, rafforzando la cooperazione ed evitando un isolazionismo tecnologico.

Non si deve declinare verso un’autarchia militare, di tipo esclusivamente sostenibile, visto l’assenza di uno Stato sovranazionale sostenibile, pensando all’impossibilità immediata di realizzare un Unico esercito europeo, ma imporre una spinta per una maggiore cooperazione tra le forze armate nazionali europee, al fine di creare una forza libera ed efficiente. Anche se la contradizione di fondo, nel sistema militare, in particolare aeronautico è l’emorragia naturale di personale senza ricambio, causa del raggiungimento dei limiti di età e della mancanza di propensione ad un mestiere poco attrattivo, mai realmente sponsorizzato.    

Gli scambi intraeuropei, e la cessione delle armi per la difesa nella crisi Ucraina, ha aumentato le importazioni presso i paesi extraeuropei, in particolare del 70% dall’America, solo oggi, si ci rende conto della necessità di interscambiare in Europa, non solo del know-how ma anche iniziare ad avanzare una crescita delle nostre aziende in materia di sviluppo e difesa, al fine di consentire una crescita anche dell’economia nel tempo, perché, maggiori investimenti in termini di risparmio e conti deposito significa movimentare tutto il circuito economico non solo quello finanziario.

Certamente parliamo di un’operazione che avverrà nel lungo periodo, non nel breve, e dovrà tener conto delle ricadute e dei relativi passaggi di governance dell’Europa e di governi delle relative sovranità degli Stati membri, e delle difficoltà che dovranno supportare le decisioni attuali, visto la dilatazione dei tempi e la continuità degli investimenti necessari, ma resta comunque un moltiplicatore di vantaggi se la spesa in specie si basa su investimenti di capitali privati, così come proposto dall’Italia.

Infatti, con una spinta privatistica, si potrebbe generare una attività economica e finanziaria aggiuntiva, capace di eliminare ricadute negative sul debito di ogni Stato, addirittura si potrebbe, implementare il Pil del 1.5% all’anno, eliminando una spesa interna che peserebbe sul Pil di oltre 300miliardi di euro ogni anno, per ogni Stato partecipante.

Ovviamente non facciamo retorica, per propagandare la difesa e l’unione dei risparmi come l’unica soluzione possibile, in uno stato di non emergenza, dove la pace è sospinta da un imperativo americano, e da un forzato imperialismo putiniano, convinti di spartizioni geopolitiche foriere di una geopolitica di altri tempi. Ma siamo in una analisi delle vicendemilitari e aziendali europee, che spingono ad un’unione dei capitali, che sembra ancora una volta, sottesa però da un rigurgito di Mercato Comune Europeo, con approccio ideologico e poco pragmatico, perché se l’Unione è necessaria, per una stabilità senza limiti finanziari, è altrettanto necessaria per spingere l’Europa in una unica nazione Stato sostenibile.

I processi di arrivo, come nel passato, in tal caso, non sono più dunque solo civili o di movimenti sociali come fu ai tempi di A. Lincoln e dell’America, ma in una globalizzazione, dove il capitalismo, è mutato in un paradigma fortemente finanziario, le crisi si risolvono non solo in termini strumentali per il riarmo e per un Unione concreta.

Vedere defluire in America consistenti masse di risparmio europeo, spinge, di fatto ad un’innovazione necessaria per la realizzazione di un piano europeo di difesa, che deve essere realizzato con strumenti normativi, di rilievo, sia nell’ambito bancario sia finanziario, con l’ausilio dell’unificazione delle borse europee.

Parliamo di unificazione di risparmi, di unificazione di capitali bancari, e di unificazione di borse in ambito europeo, per velocizzare gli interscambi europei nell’ambito del piano, con geometrie variabili, che purtroppo hanno diverse velocità nei vari paesi nazionali di riferimento, ma con l’adozione di una normativa regolatrice questo en pace può essere superato, semplificando lo scambio finanziario in termini di risparmio, snellendo il principio di sussidiarietà che resta un principio finora valido ma per i mercati finanziari troppo limitante ed obsoleto.

I Focus, espressi da Mario Draghi, ed Enrico Letta, sono stati gli incipit, di quanto sta avvenendo, ma la velocità del sistema finanziario e digitale farà il resto, e la propensione al risparmio sarà travolta da nuove regole e forse da una spirale positiva per i profitti ma negativa per il contante circolante, che deve restare stabile.

Il controllo e la tracciabilità, di ogni ambito finanziario e in particolare dei risparmi, potrebbe creare una nuova forma di recessione, nell’economia reale, già oppressa da scarse risorse, nell’ambito familiare per esempio, caratterizzata da bassissimi redditi, e nell’ambito pensionistico, dove le incertezze e la precarietà del lavoro concorrono, ad un dissesto.

Ma se spostiamo il punto di vista solo sui proventi finanziari derivanti, forse avremo unamaggiore visione del problema che resta nell’ambito puramente finanziario. In extrema ratio, operare secondo un modello innovativo di integrazione delle regole europee, facilita e dipana le difficoltà finora supportate e che hanno permesso fughe di ingenti risparmi in paesi extraeuropei, negando la possibilità agli europei di implementare e sviluppare le risorse del nostro continente con scarsi vantaggi di profitto per i risparmiatori e per gli investitori.

Tuttavia, la politica europea deve scendere dal piedistallo in cui si è posta, ad ogni vertice si parla esclusivamente di strategia, di autonomia strategica, di deterrenza, ora di prontezza e di sicurezza operativa, dimenticando i popoli europei, e le stravolte dinamiche sociali, derivanti da un pensare poco attento alle sfide del futuro, perché investire solo in tecnologia e nuovi armamenti, senza approcciare un concomitante rafforzamento delle risorse e del capitale umano, pone ogni strategia ,la più futuribile, in una dimensione miope, perché le guerre si fanno non solo con i droni, e quanto di più tecnologicamente avanzato. E qui si apre uno scenario di politica militare, che pone un dibattito non solo nazionale, ma anche europeo, che pone il fulcro della difesa sovranazionale, creare con concrete politiche di arruolamento un Unico esercito, qualificato.

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”. Ha in preparazione altri due saggi sull’identità e sulla politica europee.