
Non si può fingere di ignorare alcune storie solo perché coincidono con l’aspetto peggiore di quei comportamenti umani che vorremmo dimenticare. Ma dimenticare non serve a cancellare il passato e in questo racconto, in cui il Calcio è solo il filo conduttore, raccontiamo una storia dal tragico epilogo che si inserisce negli eventi che hanno segnato un’epoca.
Árpád Weisz nacque il 16 aprile 1896 a Solt, un paese a poca distanza da Budapest, da famiglia culturalmente elevata che faceva parte della comunità ebraica della cittadina. Il giovane Árpád dovette interrompere gli studi di giurisprudenza per lo scoppio della prima guerra mondiale; come suddito dell’impero austro-ungarico combatté sul Carso contro l’esercito italiano. Della sua carriera da calciatore si hanno scarne notizie. Tornato in Ungheria giocò nel Törekvés e l’anno seguente nel Makkabi Brno. Nel 1924 fece parte della squadra ungherese che partecipò alle Olimpiadi di Parigi. Weisz arrivò in Italia nella stagione calcistica 1925-26 ingaggiato dall’Inter, ma dopo undici partite e tre gol un infortunio pose termine alla sua carriera di calciatore. Iniziò così quella che sarà una brillantissima carriera da allenatore per la quale si preparò studiando il gioco prima in Ungheria e poi in Uruguay che in quegli anni esprimeva il miglior calcio sudamericano. Per il campionato di Prima Divisione 1925-1926 tornò in Italia e fu il vice di Augusto Rangone ad Alessandria. Alla fine dell’anno tornò all’Inter che gli affidò la prima squadra con la quale ottenne il quinto posto in classifica e il settimo l’annata successiva; cominciava a brillare la sua stella.
Con l’Inter Weisz vinse nella stagione 1929-1930 il primo campionato a girone unico nella storia del calcio Italiano: con i suoi trentaquattro anni è tutt’oggi il più giovane allenatore straniero ad aver vinto lo scudetto in Italia. Apparvero da subito chiare le sue idee che precorrevano i tempi. Fu il primo allenatore a dirigere gli allenamenti con maglietta e pantaloncini, lì sul campo e non da lontano con i vestiti da passeggio come era consuetudine per l’epoca; studiò specifici carichi di lavoro, curò la dieta dei calciatori e diffuse la pratica dei primi ritiri. Soprattutto era molto interessato al settore giovanile e fu lui che nel 1927 fece esordire in prima squadra un ragazzo di diciassette anni che divenne la stella di prima grandezza del calcio italiano: Giuseppe Meazza.
Ma Weisz si fece apprezzare in primis per la sua sapienza tattica. Da esponente della cosiddetta scuola danubiana introdusse in Italia il Sistema, il modulo di gioco messo a punto dall’allenatore dell’Arsenal Herbet Chapman che si contrapponeva al Metodo ideato da Vittorio Pozzo. Il Sistema sarà adottato dal Torino di Erbstein e dall’Inter di Herrera e resterà in auge fino agli anni 60.
Nella stagione 1930-1931 l’Ambrosiana-Inter chiuse il campionato al quinto posto e la società decise di non rinnovargli il contratto. Weisz si trasferì al Bari dove in Serie A guidò la squadra alla salvezza. L’anno successivo venne richiamato dall’Ambrosiana-Inter del presidente Ferdinando Pozzani . Weisz ottenne per due volte la seconda posizione, raggiungendo la finale della Coppa dell’Europa Centrale 1933 . Lasciò i nerazzurri l’anno seguente decidendo di passare sulla panchina del Novara in Serie B dove, pur restando solo sei mesi, di fatto costruì l’intelaiatura che porterà la squadra ad ottenere l’anno successio la prima promozione in massima serie. In quegli anni ebbe dalla moglie Ilona due figli, Roberto e Clara, nati entrambi a Milano rispettivamente nel 1930 e nel 1934. Il secondo periodo sfolgorante della sua carriera iniziò nel 1935 con il passaggio al Boogna del celebre presidente Renato Dall’Ara. Era il periodo di dominio assoluto della Juventus che dal 1930 in poi aveva vinto cinque campionati di fila. Quell’anno il Bologna si classificò sesto, ma l’anno successivo pose fine al dominio bianconero conquistando il terzo scudetto della sua storia; Weisz diventò il primo allenatore a vincere il campionato italiano con due squadre diverse. Il Bologna rivinse il campionato e nel 1937 si aggiudicò anche il prestigioso Trofeo dell’Expo di Parigi, battendo in finale il Chelsea per 4-1. Per Weisz gli anni a venire si prospettavano di prima grandezza.
Ma finì qui la storia calcistica di Árpád Weisz e dal 1938 ne iniziò un’altra. A causa delle decisioni del Regime, Weisz e sua moglie Ilona Rechnitzer, ebrea ungherese, furono costretti a italianizzare il loro cognome in Veisz e Ilona lo cambiò in Elena. Nell’Italia del 1938 Weisz passò dall’essere un allenatore famoso anche in campo internazionale ad essere solo un ebreo di nazionalità straniera. In Europa il clima si era fatto già pesante con l’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania avvenuta il 12 marzo; l’anno dopo, il 1° settembre 1939, la Germania invaderà la Polonia dando inizio alla seconda guerra mondiale. A Bologna Weisz iniziò a sentirsi messo da parte mentre tutti fingevano che niente stesse accadendo. Il 22 agosto 1938 Árpád ed Elena, insieme ad altri ottocentomila cittadini stranieri, vennero registrati nell’elenco degli ebrei stranieri residenti nel Regno. Il 16 ottobre 1938 Weisz prese parte alla sua ultima partita ufficiale nel campionato italiano perché il 22 ottobre si dimise. Il 7 settembre era stato emanato il Regio Decreto Legge n. 1381 con il quale si stabiliva che gli ebrei stranieri, residenti in Italia dopo il 1° gennaio 1919, avevano sei mesi di tempo per lasciare il Paese. Sulla panchina del Bologna arrivò l’allenatore austriaco Felsner. A fine stagione il Bologna vincerà il suo quinto scudetto e Weisz sembrò essere stato già dimenticato.
Col senno di poi Weisz avrebbe potuto fare una scelta diversa e la storia sarebbe stata un’altra. Con la moglie e i suoi due figli si sarebbe potuto imbarcare da Genova o da Marsiglia per raggiungere Montevideo, giacché in Uruguay aveva molte conoscenze legate al suo apprendistato da allenatore; avrebbero potuto così attendere al sicuro l’evolversi degli eventi per ritornare in Europa quando le cose fossero cambiate. Probabilmente per il suo carattere e la sua formazione culturale Weisz non poteva immaginare fino a che punto sarebbe degenerata la situazione; così il 10 gennaio 1939, insieme alla famiglia, lasciò l’Italia per andare a Parigi cercando un ingaggio. Riuscì ad accordarsi con un club olandese, il Dordrechtsche Football Club, e ai primi di aprile si trasferì a Dordrecht. Il calcio olandese era ancora interamente dilettantistico, ma Weisz riuscì a salvare il Dordrecht dalla retrocessione e nei due campionati successivi ottenne un sorprendente quinto posto; se non altro con quel lavoro poteva mantenere la famiglia.
Intanto la situazione in Europa era precipitata. Il 1° settembre 1939 l’invasione della Polonia aveva dato inizio della guerra e dopo soli otto mesi i tedeschi occuparono Danimarca e Norvegia, quindi la Francia passando per il Belgio e il Lussemburgo. Il 10 maggio 1940 la Germania invase i Paesi Bassi e quattro giorni dopo l’Olanda si arrese. L’occupazione tedesca non solo piegò la società olandese alle esigenze belliche, ma diede priorità assoluta alla persecuzione razziale. Weisz stava concludendo la sua seconda stagione con il Dordrecht; quelli che lo conobbero hanno raccontatoche Weisz usciva di rado e cercava di non farsi fotografare. Ma iniziarono a moltiplicarsi i provvedimenti che restringevano sempre più gli spazi di vita degli ebrei, ormai considerati nemici a prescindere dalla loro nazionalità. Il 29 settembre 1941 il Commissariato di polizia inviò una comunicazione ai dirigenti del Dordrecht: “In base alle disposizioni vigenti dal 15 settembre 1941 sul comportamento pubblico degli ebrei, ad Árpád Weisz, allenatore della vostra associazione, è proibito trovarsi su un terreno dove si disputano partite aperte al pubblico”. I dirigenti del Dordrecht furono inoltre avvertiti che assumere o mantenere al servizio degli ebrei avrebbe potuto avere conseguenze molto dannose per la società.
La ricostruzione di quei giorni per la famiglia Weisz la si deve a Matteo Marani, grande giornalista e attuale Presidente della Lega Calcio di serie C, che con il suo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz” nel 2007 ha riportato luce sul personaggio e la sua storia dimenticata troppo in fretta. Nell’ultimo anno erano stati i dirigenti del Dordrecht a provvedere alle necessità della famiglia Weisz. All’epoca gli allenatori guadagnavano cifre normali e il governo olandese aveva congelato i beni di tutti i cittadini ebrei: fuggire dall’Olanda era dunque impossibile. La famiglia Weisz venne arrestata dalla Gestapo il 2 agosto 1942. Il documento che lo attesta è ancora conservato nell’archivio della città di Dordrecht. Pochi giorni dopo l’arresto i Weisz furono trasferiti nel campo di transito di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Il 2 ottobre 1942 un treno partì da Westerbork diretto ad Auschwitz. Dalla cronologia del campo e sulla base dei documenti nazisti risulta che Elena, Roberto e Clara Weisz furono mandati direttamente alle camere a gas il 5 ottobre, appena scesi dal treno. Clara aveva compiuto otto anni solo tre giorni prima, Roberto ne aveva dodici, Elena avrebbe compiuto trentaquattro anni due giorni dopo. Árpád Weisz, insieme ad altri 300 uomini, venne fatto scendere a Cosel, in Polonia, per essere poi mandato nei campi di lavoro dell’Alta Slesia. Dopo quindici mesi di durissimi lavori forzati Weisz venne definitivamente ricondotto ad Auschwitz.Passando anche lui per una camera a gas si ricongiunse ai suoi cari il 31 gennaio 1944; aveva 47 anni.
Weisz è stato di fatto dimenticato per quasi sessant’anni. Poi, grazie al libro di Marani, nel 2009 è arrivata la prima commemorazione ufficiale del Comune di Bologna con l’apposizione di una targa a lui dedicata sotto la torre di Maratona dello stadio Renato Dall’Ara; nel 2018 gli è stata ulteriormente intitolata la curva San Luca dell’impianto. Nel 2012, in occasione del Giorno della Memoria, fu posta una targa allo stadio Giuseppe Meazza di Milano per ricordare il tecnico del terzo scudetto nerazzurro. Nel 2013 gli è stato dedicato il quarto di finale di Coppa Italia tra Inter e Bologna, coi giocatori delle due squadre entrati in campo con una maglia commemorativa. Nello stesso anno è stata apposta una targa allo stadio Silvio Piola di Novara. Nel 2014 anche la città di Bari gli ha reso omaggio intitolandogli una via nei pressi dello stadio San Nicola. Tutto questo non cancella ciò che è stato.