
Napoleone a Sant’Elena (didascalia)
L’intreccio tra Scienza e Storia è sempre più fitto. È frequente che qualche novità sul passato arrivi non da un documento, da una testimonianza o da un ritrovamento archeologico ma dall’analisi scientifica di elementi già acquisiti ma non sufficientemente approfonditi. Poi su quale branca della scienza fare leva di volta in volta c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma è indubbio che le cosiddette scienze forensi siano tra le più “sollecitate” e questo comporta che sempre più spesso il campo degli storici sia “invaso” da medici, esperti vari e scienziati. Questi studi spesso hanno una buona eco sui media, specie se si riferiscono ad un personaggio o ad un fatto importante, mentre non di rado stentano a trovare attenzione tra gli storici.
Ecco perché mi ha colpito che alcuni giorni fa il serioso sito della Fondation Napoléon abbia dato spazio e risalto alla tesi del dottor Alain Goldcher, un medico di lungo corso col pallino – chi l’avrebbe mai detto?… – di Napoleone Bonaparte. In breve, Goldcher è convinto che l’Imperatore morto a Sant’Elena non solo non fu avvelenato ma anche che non soffrisse del tanto citato cancro allo stomaco. E allora come è morto Napoleone a 51 anni, il 5 maggio 1821? Parliamo ovviamente della morte fisica perché, come dimostra anche la storia che stiamo per raccontare, per altri versi Napoleone non solo non è mai morto ma il suo mito gode di ottima salute da ogni punto di vista.
Secondo Goldcher, l’imperatore dei francesi sarebbe morto per un «… dissanguamento progressivo dovuto a gastrorragia o gastrite con ripetute emorragie dello stomaco. Questa ipotesi spiega tutte le osservazioni riportate da tutti i testimoni, sia a livello clinico che necrologico. Clinicamente, Napoleone presentava tutti i segni di un’anemia cronica, che si aggravava progressivamente: pallore, stanchezza fisica e poi intellettuale, complicazioni infettive, perdita di coscienza, allucinazioni…». Goldcherm, che si dedica a questo argomento da molti anni e ci ha scritto su anche un libro, ovviamente può solo basarsi, oltre che sull’autopsia condotta sulla salma dal medico personale dell’Imperatore, Francesco Carlo Antonmarchi, coadiuvato da alcuni medici inglesi, anche sulle testimonianze dell’entourage di Napoleone, sia prima del decesso che durante l’autopsia alla quale assistettero vari cortigiani. Questi ultimi, in particolare, avrebbero notato varie lesioni che fanno pensare ad altrettante ulcere.
Eppure i medici, all’epoca, parlarono di “cancro” in continuità anche con quanto dichiarato spesso dallo stesso Napoleone, negli ultimi tempi, quando si diceva convinto di soffrire dello stesso male che riteneva avesse ucciso suo padre, un cancro appunto. Ma si sbagliavano tutti, sostiene Goldcher: sbagliò Napoleone perché aveva frainteso un passaggio del referto autoptico del padre; e si ingannarono quei medici che nel 1815 non avevano le conoscenze necessarie per capire davvero cosa fosse accaduto: Antommarchi ha scritto di “un’ulcera cancerosa molto estesa” mentre i medici britannici parlarono di “una massa di malattia cancerosa o parti scirrose in via di trasformazione in cancro” o di “una massa di ulcere cancerose o scirro(una massa anomala di cellule che può degenerare o indicare un cancro, NdR) che si trasforma rapidamente in cancro”. «In realtà – osserva Goldcher – i chirurghi non hanno potuto descrivere le lesioni della mucosa gastrica perché non erano in grado, date le loro conoscenze, di descrivere la vera malattia che costò la vita a Napoleone. Di fronte all’ignoto, utilizzarono espressioni insoliti, con termini medici più o meno compatibili». Oltretutto, insiste Golcher «le espressioni “in via di sviluppo verso il cancro” o “in rapida progressione verso il cancro” suggeriscono uno stadio piuttosto precoce del cancro (se esiste) e quindi incompatibile con la morte. Soltanto il cancro avanzato, nella cosiddetta fase terminale, rimane compatibile con la morte». Del resto, osserva ancora il medico francese «dal punto di vista clinico, l’eccesso di peso di Napoleone il giorno della sua morte non è un fenomeno che si riscontra in questo tipo di cancro, nemmeno ai nostri giorni, quando può essere curato con trattamenti efficaci».
Fin qui la medicina. Ma la pubblicazione dell’articolo di Golcher sul sito della Fondation Napoléon suggerisce anche altre considerazioni. Coerentemente con la linea istituzionale che questa istituzione molto dinamica e prestigiosa ha assunto, le tesi di Golcher hanno anche un valore “politico” perché utili a confutare le mai sopite teorie che avvolgono di mistero non solo la fine di Napoleone ma anche le vicende delle sue spoglie, inizialmente sepolte in una radura a Sant’Elena e poi trasportate con tutti gli onori, nel 1840, in Francia. Fu proprio in occasione della traslazione della salma dell’Imperatore che nacquero molti degli interrogativi che ancora oggi sostengono tesi che fanno inorridire gli accademici e affascinano invece il grande pubblico. Alcune importanti anomalie emerse alla riapertura della bara nel 1840 (operazione necessaria per trasferire i resti dell’Imperatore in un triplo sarcofago prima del suo ultimo viaggio verso Parigi) non hanno ancora trovato una spiegazione logica, né separatamente né nel loro complesso. Avvelenato o no (e per il no propenderebbe anche un’indagine scientifica interuniversitaria italianadel 2008), perché gli stivali di Napoleone risultavano rotti? Perché le decorazioni non erano dove erano state messe al momento della prima inumazione? E non solo le decorazioni si erano spostate ma anche i vasi in cui erano state conservate le viscere asportate durante l’autopsia. Perché il corpo era in condizioni quasi perfette dopo molti anni sottoterra in un’isola tropicale? Come spiegare la straordinaria crescita di di capelli e barba nonostante la cura con la quale era stato ricomposto dopo la morte? Perché il corpo risultava avere le gambe piegate quasi fosse stato messo in una bara troppo corta cosa da escludersi al momento della sepoltura visto che il cadavere era perfettamente disteso, come dissero i testimoni? E si potrebbe continuare ancora. La tesi scandalosa, avanzata già a metà del secolo scorso dallo scrittore francese George Rétif de la Bretonne, è che ci sia stata una sostituzione di cadavere e che quindi, quello riesumato nel 1840 non fosse il corpo del vero Napoleone ma di un altra persona. Perché? Qui il ventaglio delle ipotesi si allarga: perché il vero Napoleone era riuscito a scappare da Sant’Elena? Oppure perché la tomba dell’Imperatore era stata violata negli anni e gli inglesi, dovendo restituire una salma, si erano arrangiati in qualche modo? O magari, variante della variante, perché il corpo di Napoleone era stato trasferito segretamente in Gran Bretagna per volere di re Giorgio IV, un sovrano notoriamente instabile, per usare un eufemismo. Era quest’ultimo il convincimento, ad esempio, di Rétif de la Bretonne che scrisse anche un libro dal titolo emblematico: “Inglesi, restituiteci Napoleone”. Una variante napoleonica del “mito della sopravvivenza” che in ogni epoca (inclusa la nostra: da Jim Morrin ed Elvis, da Majorana a Hitler ecc. ecc.) avvolge i personaggi storici più carismatici. Nel tempo, il testimone di Rétif de la Bretonne è stato raccolto da uno storico non accademico ma molto battagliero: Bruno Roy-Henry, tra l’altro anche biografo del famoso poliziotto di inizio Ottocento Vidocq. Il libro di Roy-Henry, a inizio millennio, ha avuto una certa eco anche fuori dalla Francia anche perché rilanciava una provocazione di Rétif de la Bretonne: perché non aprire la tomba di Napoleone (che, tra l’altro, curiosamente non porta alcuna iscrizione…) e fare tutti gli esami necessari per definire una volta per tutte identità dei resti e cause di morte? Una tesi che non è dispiaciuta a Franck Ferrand, forse il più noto divulgatore storico francese, autore e conduttore di varie trasmissioni in radio e televisione.
Da qui l’allarme della Fondation Napoléon che è “corsa ai ripari” pubblicando un documento di tre sole pagine nel quale confuta la teoria, riducendola al rango di ipotesi complottista.Correva il 2012. Da allora le varie ipotesi sulla morte di Napoleone hanno continuato a girare, complice il web. Ma niente di nuovo è emerso perché la prova regina, qualunque possa essere, può emergere solo in un caso ma la riapertura della tomba a Les Invalides è da escludere. Però, visto che i dubbi faticano a farsi da parte, ogni tanto ribadire certe cose non è un male, anche se non sembra che negli ultimi tempi qualcosa o qualcuno abbia ripreso la questione. Eppure ecco il rilancio del lavoro di Goldcher nei giorni scorsi. Evidentemente un antidoto anticomplottista sempre utile. Repetita iuvant.